Sesso sovvenzionato: un’ora pagata per fare l’amore

I lavoratori hanno acquisito molti diritti fondamentali nel corso della storia, ma a nessuno era mai venuta l’idea di introdurre nei contratti di lavoro la possibilità di avere un’ora alla settimana pagata per fare l’amore. Ci ha pensato, però, recentemente, un consigliere quarantaduenne svedese, a fare questa proposta, per migliorare, a suo dire, il benessere dei 550 dipendenti comunali della città di Overtonea, e incentivare la crescita demografica.  

Mi sorgono spontanee alcune domande, che non posso fare direttamente al Sig.Muskos, purtoppo, ma spero sempre nella regola dei sei gradi di separazione e non escludo che prima o poi le legga e mi risponda:

  1. Il lavoratore dovrebbe richiedere un permesso retribuito specifico, indicando come giustificazione la sua necessità di coltivare le relazioni intime? Ad esempio: “Io sottoscritto Mario Rossi chiedo di assentarmi dal lavoro venerdì 15 alle ore 14:00 per collaudare con la mia compagna il nuovo materasso ad acqua”; “La Sig.ra Maria Bianchi vorrebbe uscire dal lavoro adesso, perché è nella fase due della risposta sessuale”.
  2. Cosa succederebbe se, nell’ora prevista, il lavoratore in permesso sesso fosse visto mentre fa un giro di corsa o un po’ di shopping? Una bella lettera disciplinare? “Il Sig.Tizio Caio ha 10 giorni di tempo per giustificare la sua mancanza di appetito sessuale, in caso contrario sarà sospeso per 2 giorni dal lavoro”.
  3. Se un lavoratore non ha una relazione fissa, non può usufruire del permesso? Oppure può usare l’ora per uno speed date, per aumentare le possibilità di fare sesso dalla settimana dopo?
  4. Se non si ha voglia di fare l’amore in una certa settimana, oppure se qualcuno dà ancora valore ai preliminari, il permesso può essere preso in modo cumulativo?
  5. Come concordare con il partner l’incontro? Chiamarlo prima per saper se ne ha voglia? Programmare date fisse ed entrare in una routine sessuale? Far parlare tra loro i capi ufficio in modo che fissino un giorno in base alle esigenze organizzative del team di lavoro?
  6. L’ora comprende gli spostamenti dal lavoro al luogo dell’incontro intimo? Sarà sufficiente per tutti?
  7. Coloro che non vogliono o possono avere figli, possono usufruire ugualmente del diritto?
  8. Chi lavora con il proprio partner, deve per forza andare a casa, o si può appartare in ufficio?

Questo discorso ha l’aria di essere poco serio, e in effetti lo è, perché ha alla base dei presupposti sbagliati, perché non tiene conto delle esigenze e scelte di vita personali, e perché è parecchio intrusivo. Ma il Sig.Muskos non è un caso isolato di delirio di onnipotenza, purtroppo.

Il problema della riduzione delle nascite ha preoccupato molte nazioni e spesso è stato alla base di campagne nazionali alquanto discutibili. In Danimarca, ad esempio, la preoccupazione sulla scarsa crescita demografica ha portato a modificare i programmi di educazione sessuale nelle scuole, concentrandoli sulla spinta alla procreazione anziché sull’utilizzo, ad esempio, della contraccezione. Un’agenzia di viaggi ha anche lanciato una campagna con lo slogan “Fallo per la Danimarca”, incoraggiando le coppie a fare vacanze romantiche per procreare, sottolineando che i Danesi fanno sesso quasi il 50% di volte in più quando sono in vacanza.

L’Italia ha toccato il fondo per le iniziative europee sul tema, lo scorso anno, con la campagna del “Fertility Day” portata avanti dal Ministro della Sanità Lorenzin. Una campagna basata su stereotipi di genere, derive razziste e discriminazioni varie, per riassumerla in poche parole, e che ha destato giustamente una censura a furor di popolo.

Siamo sicuri, Sig.Muskos della città di Overtonea, e compagnia bella, che mettere il naso nella vita delle persone e cercare di influenzare le loro decisioni più personali e intime sia un’azione atta a promuovere il benessere lavorativo e relazionale? Diamola quest’ora in più ai lavoratori, ma lasciamo che la usino come vogliono, anche per fare un tuffo in piscina o andare a trovare la nonna.

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