Cinema e stereotipi – Seconda Puntata

La donna perfetta: dal reale all’artificiale

L’emancipazione femminile è stata ed è ancora un processo molto faticoso. Molte cose sono cambiate, ma il nuovo quadro è stato dipinto su un vecchio sfondo e non possiamo dire di essere di fronte a un’opera davvero contemporanea.

Il cinema ha parlato spesso di stereotipi di genere e relativi ruoli di genere e lo ha fatto talvolta buttando un occhio al passato, talvolta al futuro. Ha mostrato, così, come l’evoluzione abbia spesso interessato il modo in cui essi si sono espressi, ma non la loro vera sostanza.

Un film che racconta la situazione femminile degli anni Cinquanta è “Mona Lisa Smile”. Katherine Ann Watson (interpretata da Julia Roberts) è una docente di storia dell’arte alla quale viene affidata una cattedra dal prestigioso collegio femminile di Wellesley. Donna forte e lontana dagli stereotipi femminili del tempo, Katherine scopre ben presto che il collegio, benché ospiti delle studentesse con grandi capacità, non è veramente interessato a sviluppare le potenzialità delle ragazze e a spingerle a coltivare delle ambizioni professionali, bensì a dar loro un’educazione formale che le renda delle future mogli e madri perfette. La professoressa Watson, infatti, a un certo punto esclama: “Credevo di venire in un posto che avrebbe sfornato i leader di domani, non le loro mogli!”.

“La donna perfetta”, con Nicole Kidman, è l’altra faccia della medaglia del tema della realizzazione personale femminile. Il film, infatti, parla di donne in carriera, che hanno superato nettamente i loro mariti, a livello di successo professionale, e del tentativo di riportare le cose a come erano in passato. Donne che tornino ad essere mogli e madri compiacenti e sottomesse, e che diventino delle specie di bambole umane, pronte a servire i loro “padroni” e a soddisfare ogni loro richiesta sessuale.

Il film di Frank Oz ci porta a un futuro che è presente, quello in cui, se non è possibile far sì che le donne incarnino il ruolo di genere della cultura maschilista e patriarcale della tradizione, è possibile pensare a surrogati femminili artificiali, costruiti attraverso la tecnologia.  

Ad esempio, è notizia recente che l’intelligenza artificiale ha trovato nuovi ambiti applicativi nell’industria del sesso, attraverso la realizzazione di sexual robot, cioè “amanti artificiali” personalizzabili secondo gli standard estetici degli acquirenti. I robot del sesso rappresenteranno l’alternativa di lusso alla classica bambola di gomma. Come i vecchi sex toy, anche questi feticci di nuova generazione non camminano, ma in compenso parlano, sorridono e sbattono le palpebre, sono sufficientemente snodati per soddisfare le fantasie sessuali dei loro proprietari e possono avere diverse “personalità”.

Il sogno della donna perfetta, quella a disposizione dell’uomo, senza bisogni personali, senza ambizioni, che soddisfa ogni esigenza sessuale e rimane sempre attraente e giovane, diventa dunque realtà. Nessuna necessità di corteggiare, nessuna reciprocità, nessuna esigenza di rispettare differenti quote di desiderio. Harmony, questo il nome del robot del sesso ideato dall’azienda Abyss Creations di Matt McMullen è, come dice lei stessa, “la ragazza che hai sempre sognato”, cioè, di fatto, una donna molto irreale, benché estremamente realistica.

La Abyss Creations sta lavorando per rendere sempre più “umano” questo prodotto tecnologico: rendere il suo corpo caldo, posizionare dei sensori in modo che il robot sappia dove viene toccato e reagisca in modo coerente e che possa simulare, addirittura, un orgasmo.

La notizia della nascita della donna-robot ha suscitato molto scalpore, in senso positivo e negativo. Utile strumento per una prima esperienza sessuale “sicura”, o per colmare il senso di solitudine di chi, per svariate ragioni, non ha la possibilità di avere una relazione affettiva e sessuale tradizionale? Rischio di aumentare l’isolamento sociale, il senso di inadeguatezza, le condotte di evitamento, il distacco dalla realtà? Può Harmony far credere a qualcuno di poter possedere un’altra persona e fare di lei e con lei ciò che vuole?

“Psychology Today”, nel 2014, pubblicò un articolo di Rod Junkins dal titolo “Can a sex doll replace a real woman?”, in cui si raccontava la storia dell’artista Oscar Kokoschka.

Kokoschka fu ferito durante la Prima Guerra Mondiale e tornato dal fronte scoprì  che Alma Mahler, la donna di cui era innamorato, o meglio ossessionato, si era sposata. Oscar, allora, con l’aiuto di Hermine Moos, artista specializzata nell’uso dei manichini, creò una copia di Alma. Kokoschka portava la “bambola” alle feste e all’opera, la utilizzava come modella per le sue opere, e circolavano voci sul fatto che con lei fosse entrato anche in più profonde forme di intimità.

Questo racconto fa pensare anche alla possibilità di un utilizzo delle bambole robot, all’interno di quadri di lutto o perdita patologici, come prospettato dall’episodio dal titolo “Torna da me” della nota serie televisiva “Black Mirror”, in cui una donna che non ha superato la morte del marito, si affida alla tecnologia avanzata di un’azienda e acquista una riproduzione robotica del defunto, nel quale viene trasferita la sua identità virtuale, attingendo alle notizie da lui pubblicate sui social network quando era in vita.

Talvolta, infine, la scelta di avere un partner non reale, non è legata a stereotipi e ruoli di genere, né al tentativo di sostituire una perdita relazionale non elaborata, bensì a un intenso e persistente interesse sessuale verso gli oggetti inanimati antropomorfi. Vi è, infatti, una forma di parafilia, chiamata “agalmatofilia” che riguarda l’attrazione sessuale verso le statue, i manichini e, appunto, le bambole.

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